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SOCIETA'
19 novembre 2008
gruppo sanguigno



miniromanzo
di
Domenico Fauceglia


Gruppo sanguigno


"I ragazzini da queste parti quando vanno a scuola a Salerno, o seguono le rotte dei trasferimenti nelle varie caserme dei padri e delle madri, finendo nelle scuole romane o torinesi, non riescono a capire quando la professoressa chiede l'ultima guerra. Loro hanno in mente quelle dove erano stati i loro padri o dove stanno i loro fratelli e si spremono le meningi per ricordare se quella é proprio l'ultima e per capire se é proprio questa la domanda. E poi rispondono: "L'ultima guerra é il Kosovo 1999, mio padre c'era", oppure "L'ultima guerra é l'Afghanistan". Quasi sempre la classe scoppia a ridere, sghignazza perché la domanda su quale sia l'ultima guerra é la più semplice in assoluto. Non ti hanno chiesto la Triplice Alleanza, né l'anno dell'armistizio del primo conflitto mondiale. Ma solo l'ultima guerra. Chi sbaglia é troppo fesso."

 


In Italia meridionale, nel mio caso a Salerno, l’ultima guerra  non è quella che si studia sui libri di scuola, conclusa nel 1945. L’ultima guerra è stata in Libano, in Bosnia, in Irak o in Afghanistan. La percezione, per le famiglie, cambia a seconda dei posti in cui sono stati inviati i parenti-soldato. In realtà si tratta di missioni di pace anche se poi si muore lo stesso. Non si studiano sui libri di scuola, sono tramandate a voce. Storie inframmezzate alla vita, raccontate nei bar.

 

CAPITOLO I

 

OCCHI AGGHIACCIATI

 

Ero sul mio motorino quel famoso sabato davanti al tribunale della mia città, Salerno, fermo davanti ad una minicooper nera luccicante ma con i finestrini che facevano cascare il sangue di un giovane ucciso da un cecchino partenopeo che correva nell’incredibile traffico cittadino come un gatto quando vede uno sconosciuto.

Sangue dappertutto nell’auto, per strada, sul volto della ragazza di questo giovane, che qualche secondo prima del colpo fatale era gioiosa di festeggiare il proprio compleanno, è bastato un colpo in testa…il silenzio, si ferma il mondo…qualche minuto dopo davanti ai miei occhi inorriditi si estrae il corpo del giovane.

Dopo questo l‘unica cosa che mi ricordo è una collanina che indossava questo giovane, sapete quelle collanine con la targhetta che riporta il nome e il gruppo sanguigno di chi la indossa.

Era la colonnina per farsi riconoscere, come una carta d’identità che si porta sul petto.

So che solo i militari indossano quella collanina quando partono in guerra e in quel momento ho pensato a tutti quei ragazzi che indossano questa targhetta in bella vista, soprattutto nel centro storico della mia città dove spesso avvengono agguati di camorra e rapine commesse dalla microcriminalità.

Potrei scrivere nel mio dialetto più stretto

Per raccontarvi  una terra dimenticata da tutti, e che gode ad essere dimenticata, di una guerra che estranea da tutti, di una terra che si tiene a propri comportamenti e propri stili di vita manifestati dal linguaggio della gente, dai modi di fare e vari atteggiamenti che sembrano procurare piacere e godimento.

Salerno a volte cade nel dimenticatoio, è un atteggiamento che tengo anch’io, è una convinzione quella che Salerno sia diversa dalle altre città soprattutto quelle in provincia di Napoli e Caserta.

Fatto sta che si vive una perenne guerra, basta notare i giovani con questa targhetta, che vanno in giro con la paura di essere uccisi e rimanere senza una identità.

Cosi un giovane ragazzo sparato, e salvato per miracolo, sotto casa mia in una agenzia SNAI, agenzia di scommesse sportive, in quella sparatoria ci stavano lasciando la pelle non solo questo giovane ma anche un ragazzino di 12 anni.

È una perenne guerra, ma è anche una perenne miseria lasciata nel buio del nostro Stato.

Gruppo sanguigno è la realtà della mia terra, come direbbero da me: “chill ca ce purtamm n’guoll”.

Chill ca me port n’guoll nun è semplice sangue ma è anche veleno… subire e silenzio è il peggior male che ci possa essere, è la più grande ferita che possa essere sofferta sul corpo di un uomo!

 

CAPITOLO II

 

L’AMORE

 

L’amore  può sempre portare male o bene?

Cristo ci ha insegnato ad amare, e amare è il più generoso dono che può essere dato ad una persona.

Così era anche per un giovane ragazzo, si chiamava Matteo, salernitano, abitava in un vico del centro storico, nelle fornelle, una zona abbastanza malfamata di Salerno,  disoccupato.

Matteo amava Maria, la sua giovane ragazza diciassettenne incinta di un bambino, frutto dell’amore dei due.

Matteo venticinquenne dopo essersi arruolato in esercito, per guadagnarsi un po’ di pane, voleva sfamare anche la propria famiglia non solo con l’amore, che era abbastanza,  ma soprattutto con il pane.

Mancava il pane, a loro volta anche le famiglie di Maria e di Matteo erano disagiate, molto numerose come è solito nelle famiglie salernitane.

Quante terre sono dimenticate dal mondo, o se ricordate, vengono evitate e peggio ancora schifate.

Dopo l’attentato alle torri gemelle a New York, gli U.S.A. dichiara guerra all’Afghanistan.

Vivevo in un rione a Salerno, vicino ad una caserma, si suonava prima di andare a dormire, nell’ora più tarda della giornata si sentiva il silenzio, io sentivo il freddo e la visione di una luna pallida che illuminava la mia camera, una sigaretta per pensare, fuori al balcone, pensare quanti giovani sono coinvolti in questa guerra, evitabile quanto era preziosa la vita di tante persone.

Quanti morti ha fatto questa guerra?

Quante persone sono morte, soprattutto italiane, in territorio afgano e iracheno, non per amor patrio come vogliono inculcarci non solo delle ridicole istituzioni presenti nel nostro Paese ma anche da una manica di esaltati pseudopatrioti .

Quella terra bombardata e sporca di sangue parlava di vite miserabili, di vite di persone che hanno accettato di stare là per sparare non per amor patrio ma per fame.

Matteo era uno di questi.

Maria è incinta da due mesi, Matteo riceve un  precetto  per essere disponibile in questa missione di guerra.

La cifra che offrono, indennità varie, premi e stipendio potrebbero dare una svolta a questa famiglia e far crescere il figlio sotto un tetto.

Matteo senza dubbio accetta, dà la propria disponibilità ad andare in Afghanistan.

Matteo era felicissimo di diventare padre, ma molto preoccupato per le modeste condizioni di vita della propria famiglia.

Sembra una canzone di De Andrè…Ninetta mia Ninetta bella!!! Ma questa è realtà ed è un pezzo di un grande puzzle che disegna la mia terra.

La proposta economica per partecipare alla guerra , certo, avrebbe cambiato la vita di questa famiglia.

Ovviamente, l’amore di Matteo verso la propria amata e verso il frutto del suo amore lo spinge ad accettare per non vedere consumare il proprio amore nella miseria.

Matteo accetta.

 

CAPITOLO III

 

SI PARTE PER IL FRONTE

 

 Si arriva al fronte, si vive sul fronte.

Qualcuno si è mai chiesto come si vive sul fronte?

Io me lo chiesi quando andai a fare volontariato, quando sono venuto a contatto con altri popoli, quando abbracciai un musulmano in terra israeliana, quando ho riso insieme con un egiziano, quando chiacchieravo con un cinese, pur non conoscendo la sua lingua, quando ho dato un tozzo di pane ad un rumeno, quando sono andato in africa e ho fatto divertire dei bambini per strada.

A volte sembro un povero scemo quando vedo Giobbe Covatta quando scherza con i bambini africani, io rido e piango contemporaneamente, ma questo perché so cosa significa, si ride perché è bello, poi è simpaticissimo Covatta, sono graziosi i ragazzini e i bambini africani, piango perché mi vergogno di essere uomo, mi vergogno perché nessuno mai ha avuto la curiosità di capire che siamo uomini e siamo uguali per questo: perché abbiamo un cervello, un cuore, abbiamo il sangue rosso e tante altre cose, insomma siamo creature di Dio.

Ho sempre pensato che se manca la curiosità, manca la conoscenza; è la curiosità che spinge a conoscere.

Eccomi qua sono vivo, non mi sono fatto niente dopo tutte queste esperienze , anzi ho ricevuto solo gioia.

La gioia è questa, è ridicolo ridere a volte per nascondere sofferenze.

Matteo sul fronte si esercitava a ridere, per nascondere la sofferenza di stare lontano, e la paura di non tornare più.

Così come la mancanza di un filo di pensiero prima di sparare al proprio nemico in guerra.

 È stata questa la fine di Matteo, ha trovato davanti a sè una pistola tenuta in mano tenuta da un uomo che aveva il suo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.

Come in quella minicooper dove quel giovane salernitano lasciato senza vita in quella macchina ha abbandonato la propria ragazza nel giorno del suo compleanno, di lui rimane solo il silenzio e una targhetta col gruppo sanguigno di appartenenza.

Ucciso in terra italica o meno, Matteo è morto!

Il silenzio regna dopo lo sparo.

Avete mai sentito uno sparo?

Io sento il vuoto dentro me…un vuoto che dura un minuto per poi esplodere nella rabbia!!

Un silenzio che lascia pensare, basta a volte immedesimarsi con la persona che muore…il silenzio che ci conduce in un momento in cui si cade a terra senza parlare senza aprire bocca lasciando il silenzio del momento che ti induce a pensare che la tua vita finisce in quel silenzio, in quel momento, in quel giorno, in quel luogo!

De Andrè cantava: “e mentre il grano (di quel posto) ti stava a sentire, dentro le mani stringevi il fucile, dentro la bocca stringevi parole troppo gelate per sciogliersi al sole!” non esiste una immagine più suggestiva di questa.

 

CAPITOLO IV

 

IL RITORNO DI MATTEO

 

Era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra
gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle
e quando gli dissero di andare avanti
troppo lontano si spinse a cercare la verità
ora che è morto la patria si gloria
d'un altro eroe alla memoria
era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra
gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle
ma lei che lo amava aspettava il ritorno
d'un soldato vivo, d'un eroe morto che ne farà
se accanto nel letto le è rimasta la gloria
d'una medaglia alla memoria
.

 

(La ballata dell’eroe -Fabrizio De Andrè )

 

 

 

Una descrizione simile non ha eguali.

Matteo per sollevare la famiglia da una condizione disagiata è tornato come un corpo inanimato, incapace di baciare la propria amata.

Di questa storia mi rimane l’immagine di Maria, simbolo di un rapporto con l'esercito e con la guerra che nel meridione sembra avere poco a che fare con parole come “missioni di pace” o con il patriottismo: in questa storia la guerra è una opportunità per chi ha pochi mezzi di accumulare in breve molto denaro, da utilizzare magari, come in questo caso, per sistemarsi e metter su famiglia.

Ci sono intere famiglie per le quali l'ultima guerra non è, come insegnano a scuola, la seconda guerra mondiale, ma di volta in volta l'Iraq, l'Afghanistan, il Libano che per i soldati coinvolti e le loro famiglie sono guerre a tutti gli effetti, sebbene nominalmente non lo siano.

 Giovani che rischiano ogni cosa per aver un opportunità, che a volte hanno successo, ma che altre, una volta reduci, sono tormentati da ricordi shockanti o dal timore di ammalarsi a causa dell'uranio impoverito.

 

 

Tu piangi solo se nessuno vede
E strilli solo se nessuno sente
Ma non è acqua il sangue nelle vene
Maria Marì
se l'amore è il contrario della morte...

 

 

CAPITOLO V

 

MARIA

 

Maria, incinta al settimo mese, diciassettenne e già vedova.

A volte non siamo capaci di pensare alla condizione di una ragazzina di diciassette anni vedova e incinta, che ammira le amiche coetanee che conducono una vita giovanile, come giusto sia, escono con gli amici, vanno a ballare, vanno a bere qualcosa al bar.

Maria è vittima di una realtà oscura e troppo nascosta che a volte, a me per primo, fa paura conoscere.

 Maria è una sposina inciampata prima di giungere all'altare.

Dove abitavo io c’era una ragazzina orfana di madre, rimasta col solo padre in casa, questo era solito tornare a casa in condizioni pietose, tornare ubriaco e violentare frequentemente la propria figlia, fin quando questa non rimane incinta alla bella età di diciotto anni.

Ovviamente, la ragazza, anche sotto il consiglio della mia povera esperienza , decise di abortire, questa scelta fu fatale tale da essere macchiata di infamia, soprattutto per la gente di chiesa, la gente più ottusa che ci possa essere!

In fin dei conti cosa avrà raccontato al proprio figlio?

Tuo padre è il padre di tua madre? Sarebbe stata traumatica una condizione simile, quindi qualsiasi persona razionale per il bene proprio e del proprio bambino avrebbe fatto una scelta simile.

Maria rimane da sola, incinta, diciassettenne tra poco compirà diciotto anni.

Nasce il figlio, lo chiama Giuseppe come il padre di Matteo.

È moro e fa innamorare tutta la sala operatoria, è scuro, è bello l’infermiera dice: “signò! È ‘nu chil e’ zuccher!”.

Maria ora diciottenne rimane vedova con il figlio Giuseppe, somiglia molto al padre, ma gli mancherà nella vita!

La vita dei due non sarà certamente bella senza Matteo, la disperazione di una mancata gioventù non di certo serena conduce Maria a diventare pazza e segnare le prime rughe di una disperazione cronica sul proprio volto.

La rinchiudono in una casa di cura a soli 18 anni.

Diciotto anni, gli anni più belli della vita, quando li ho compiuti mi sentivo la persona più felice al mondo.

I compleanni del diciottesimo anno di età, non sono compleanni sono eventi ancor più grandi, segnano. Quando raggiunsi il diciottesimo anno di età mio padre mi diede le chiavi della macchina. Se mi avesse dato anche le chiavi del garage per uscire, sarebbe stato meglio.

A volte rimaniamo scandalizzati davanti a simili storie in cui giovani adolescenti rimangono in dolce attesa di un figlio, fosse capitato a me e senza essere condizionato da nessuno, avrei preferito fare il padre di un bambino che mi è stato donato dall’amore e dalla persona da me amata.

La storia di Maria sarebbe stata meravigliosa se Matteo fosse tornato sano e salvo da una guerra che avrebbe cambiato l’esistenza di questa piccola e prematura famiglia.

Matteo non c’è più, non c’è.

Come diceva qualche poeta, in guerra anche lui, Si sta come, d'autunno, sugli alberi, le foglie.

L’albero non è tanto la vita ma un amore stroncato da un colpo di fucile.

Matteo era una foglia debole, prematura, come la sua età, non ce l’ha fatta a rimanere su quell’albero, è caduto!

È caduto, e con lui cadono i sogni e le speranze di un  giovane che si ritrova ad affrontare la vita nel miglior modo possibile e nel modo più piacevole!

Maria è una foglia che si stacca pian piano dal proprio albero!

Vede anche lei crollarsi tutto addosso, la gioventù, la voglia di vivere a quell’età, si ritrova davanti ad uno specchio non come una giovane ragazza diciottenne,  dagli occhi  narranti di tanta gioia, tanta serenità e spensieratezza che quell’età offre, come, del resto, le sue amiche coetanee vivono in piena serenità, ma come una donna ottantenne, che ha già vissuto una vita sofferente prima di diventare maggiorenne.

Sulla sua pelle ora si vedono rughe profonde e curve che segnano una faccia di chi prima ha sorriso davanti alla gioia di vivere e di amare, ora soffre perché vive.

 

Dopo l’ultima ruga profonda segnata da un disperato pianto, rimane il silenzio.

Proprio quel silenzio che viene subito dopo l’uccisione di un uomo, quel silenzio che viene dopo che l’uomo subito il colpo fatale si leva la maschera che ha indossato durante tutta la sua vita.

Di questa gente non rimane altro che una collanina con una targhetta appesa al collo, con la speranza di essere riconosciuto anche dopo essersi levata la maschera animata, l’unica maschera che noi conosciamo.

Basta così leggere il nome e il gruppo sanguigno per capire che è lui!

Gruppo sanguigno come ciò che ci siamo trascinati in questa guerra, da molti non voluta, in cui rimaniamo , comunque, vittime.

Vittime di una terra oscura e dimenticata da Dio.

 

 

 

Domenico Fauceglia




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permalink | inviato da domenicofauceglia il 19/11/2008 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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